«Narra quel bravo vecchio di Gustav Schwab che la quinta fatica cui Ercole dovette piegarsi sotto il re Euristeo, pare fosse quella di spazzar via in un sol giorno tutto il letame dalle stalle di Augia...».
Con questo incipit Dürrenmatt comincia il racconto della versione non ufficiale della quinta fatica di Ercole. L'eroe è sopraffatto dai debiti a causa dell'alto tenore di vita che si impone a un uomo del suo rango. Proprio quando la sua situazione finanziaria sta diventando disperata, riceve una lettera da Augia, presidente dell'Elide, che gli chiede di ripulire il suo paese sommerso dal letame in cambio di un lauto compenso. In un primo momento l'eroe rifiuta sdegnosamente, ma poi si lascia convincere dal segretario Polibio e dalla sua compagna, Deianira, della necessità dell'impresa. All'arrivo in Elide, Ercole e i suoi vengono accolti dai notabili elei con festeggiamenti degni di un evento storico. Subito Ercole individua una soluzione rapida ed efficace per deletamizzare. Ma a quel punto il parlamento eleo comincia a ritardare con mille pretesti l'esecuzione del progetto. Ercole e i suoi sono costretti a una estenuante permanenza forzata in Elide in attesa delle decisioni delle commissioni parlamentari. Proprio quando è ormai chiaro che gli elei non decideranno mai di liberarsi dal letame, arriva una lettera dal re della Stinfalia, che propone a Ercole di ripulire il suo paese dallo sterco ripugnante delle arpie. Prostrati dalle circostanze, Ercole, Polibio e Deianira decidono di fuggire durante la notte alla volta della Stinfalia.
Attraverso un’ironia dissacrante ed esasperata, Ercole e le stalle di Augia trova nella parodia di una vicenda mitologica l’occasione per riflettere e ironizzare sulla ineluttabile disfatta del mondo contemporaneo. L’analisi delle contraddizioni e dei conflitti sociali si esprime in una chiave farsesca e grottesca di tragica spietatezza, che tende a dilatarsi alla condizione esistenziale dell’intera umanità: una condizione segnata dal caso e oppressa dal Male, in cui ogni gesto e tentativo di ribellione è destinato al fallimento. Da un lato il testo, scritto in origine per la radio, riflette in modo mirabile il disorientamento e la sfiducia nelle sorti del nostro tempo, dall'altro il linguaggio scenico adottato da Marco Di Costanzo scommette senza riserve sull'elemento umano: l'attore. Un solo attore, nello spazio vuoto, lotta eroicamente con un dramma che si sposta senza soluzione di continuità da Tebe a Elis, da rupi deserte a un'aula di parlamento, con dialoghi, dibattiti politici, un circo, scene di massa e peripezie avventurose. Lo spettacolo porta alle estreme conseguenze l'uso polisemico di pochi, semplici oggetti e di una geometria allusiva, che consente di trasformare lo spazio grazie alla complicità dell'immaginazione dello spettatore.
Evento inserito nel cartellone dell'Autunno Fiorentino 2026, cofinanziato dal Ministero della Cultura – Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo per i progetti di attività a carattere professionale nel campo dello spettacolo dal vivo.
